Dimanche 19 août 2007 7 19 /08 /Août /2007 04:52

Se un anno fa mi avessero chiesto cosa conoscessi del Canada, non avrei potuto parlare per più di 10 minuti : le Olimpiadi di Calgary, il gran premio di Montreal spesso benefico per le Ferrari, la mattanza dei cuccioli di foca da qualche parte  nei ghiacci del Nord, e Villeneuve e Celine Dion, per parlare di personaggi famosi. Avrei anche potuto dire che Ottawa è la capitale, e che in autunno, l’”ètè indienne” copre buona parte del Paese di colori mozzafiato.  E mi sarei fermato miseramente li....

 

Ora invece mi ritrovo qui, nella mia nuova casa di Waterloo, a raccontarvi delle mie impressioni dopo ben 8 mesi dal mio arrivo in questa terra di emigranti venuti da ogni angolo del mondo. Completato il terzo trasoloco dall’inizio dell’anno, ancora comunque sistemato come un albanese sbarcato a Gallipoli, con un materasso buttato nel salone a mo’ di letto e tanti cartoni, imballati ancora nella lontana Cagnes sur Mer, nel garage, penso sia giunto il momento di fermarsi un attimo, giusto per una sera, e ripercorrere a ritroso questo 2007 sicuramente ricco di emozioni e cambiamenti.

 

E si, perchè di cambiamenti ce ne sono stati eccome! Ammetto di essermi sentito un po’ spaesato il giorno del mio arrivo: una pioggia fittissima avvolgeva tutta la provincia di Toronto, e dall’oblò dell’aereo si distingueva a malapena l’immenso mare di luci che sembrava non finire mai. Avevo in tasca giusto un numero di telefono e un indirizzo, più le mie due valigie, misera sintesi e riassunto dei precedenti 9 anni francesi... insomma, un vero punto e a capo.

 

Una musica Country mi accompagnava nell’auto appena affittata lungo la highway 401 verso Waterloo, dove teoricamente qualcuno avrebbe  dovuto aspettarmi per darmi le chiavi dell’alloggio, ma a mezzanotte e con quel tempo da lupi, non era difficile immaginare un intoppo dietro l’angolo, e che ci sarebbe stata da cavaesela in qualche modo... “Al limite potrei dormire in macchina”, e fu questo pensiero a farmi sentire per la prima volta lontano da tutto e da tutti, senza nessuno che conoscessi da chiamare o da vedere in caso di bisogno.

 

Fatte le debite proporzioni, poichè il mio è stato comunque un  viaggio di lusso, con tutti i comfort che ci si possa immaginare,  è così che devono essersi sentite le milioni di persone che hanno lasciato une terra conosciuta e sono sbarcate in un posto dove tutto è nuovo e incognito...; il primo istinto è quello di trovare a tutti i costi dei riferimenti, qualsiasi essi siano. Scambiare due parole col benzinaio che ti mette il gasolio o con l’addetto dell’ufficio informazioni che ti passa una cartina della città, reperire e memorizzare un edificio dalla forma o dal colore strani, o ancora capire se stai guidando nella direzione giusta, rassicura; ti fa dire che al limite torno da lui a chiedere aiuto, o torno in quel punto che conosco e provo un’altra strada, e d’un tratto, seppure per un particolare infinitesimo, il Paese ti sembra più amico e più rassicurante.

Il mio punto di riferimento, quello cioè che mi ha dato la serenità necessaria per chiudere più tardi  gli occhi per un sonno ristoratore, non è stato l’appartamento, ma... il supermercato proprio di fronte. Price Chopper (“abbatti-prezzi”, lo tradurrei), questo il suo nome, era li ad aspettarmi, ancora aperto anche se era notte inoltrata, pronto ad accogliermi come una mamma, con le sue lenticchie cinesi, i kiwi italiani o le salsine thailandesi dai colori strani e poco invitanti, con le sue cipolle americane che paiono meloni, tanto sono grosse, o gli zucchini messicani, fini e stretti che sembrano fagiolini...

 

Perchè proprio il supermercato non lo so ancora adesso. Ricordo di essere entrato senza avere veramente intenzione di comperare qualcosa, e di esserne uscito con almeno 100 dollari di spesa. Come un principiante, mi feci imbambolare da tutto ciò che portava un nome italiano, e mi ritrovai un’ora dopo a mangiare dei disgustosissimi spaghetti “Poiatti Italpasta” conditi con olio “Mastro” e pesto “Parini – il vero gusto italiano”, che sembrava fatto col prezzemolo invece che col basilico! Verso le 2 di mattina, disgustato da quella improbabile cena, e gettato un ultimo sguardo su una delle highway dalla finestra del mio nuovo salone al 13mo piano di un palazzo che pareva, nell’oscurità della notte, più un cubo di cemento senza ne balconi ne’ colori che un caseggiato come lo intendiamo noi in Europa, mi buttai sul letto e mi lasciai andare al mio primo sogno americano.

 

Il soggetto “supermercati” merita comunque un approfondimento. Innanzitutto perchè qui sono aperti 24 su 24, 7 giorni su 7.  Non tutti, è vero, però se adesso che è quasi l’una di mattina, volessi andarmi a comperare un dentifricio o un succo d’arancia, so che potrei farlo senza problemi. Sarà sicuramente dura quando torneremo in Europa, con tutte le regole e regolette che limitano la libertà del dio consumatore. Qui nei supermercati canadesi non ci si deve aspettare ettari di scaffali e chilometri quadrati di superfici: sono spesso più picoli dei nostri Carrefour e Panorama, ma sono ben attrezzati per ogni tipo di “customer”, soprattutto quelli leggermente sovrappeso che possono oramai muoversi solo con speciali carrelli extralarge motorizzati, e che ti guardano male se non fai retromarcia nelle strette corsie per lasciarli passare !

c-013.jpg    Della taglia dei prodotti avete già avuto un’anteprima con le foto di qualche mese fa, ma quel che mi fa più spavento è rendermi conto che oramai comperare 8 chili di riso o 6 litri di latte in un sacchetto di plastica è diventato normale anche per me! 








d-069.jpg
Restano ancora qualche frutto o verdura che non ho ancora capito di che cosa si trattino esattamente, come si cucinino e che gusto abbiano: spesso sono importati dagli Stati Uniti o da qualche Paese asiatico, e mi danno l’impressione di rigurgitare ogm solo a guardarli... Altro che etichette e labels approvate dalla Commissione Europea, che garantiscono meno dello 0.9% di ogm, alla faccia dei falciatori di campi di mais alla José Bove!

I prodotti locali si limitano a qualche fragolina amorevolmente coltivata da pazienti mannoniti  nei loro poderi senza elettricità, a mele avvolte da uno spesso strato di cera che sguizzano via dalle mani se non le afferri nel modo giusto, e a qualche ortaggio che cresce non appena finisce l’inverno e comincia, la settimana dopo, l’estate (qui la primavera è stata abolita d’ufficio, resta solo nei calendari per essere conformi al resto del mondo, ma in pratica si passa dalle bufere di neve a Pasqua ai 30 gradi di maggio...).

 

I mannoniti...: ne ho accennato poco sopra, proviamo a capirli meglio. Originari di un movimento nato in Germania, e installatisi in Nord America nei primi del 1700,  formano qui in Canada una comunità assai chiusa, e popolano una vasta aera in tutto il sud dell’Ontario. Vivono sotto regole assai strette (ma chi glielo fa fare, dico io!), che vanno dal rifiuto di matrimoni al di fuori della loro comunità, che ha come effetto primo la nascita di ragazzi e ragazze, che spesso si incrociano nei sobborghi di Waterloo, dai visi spaventosamente deformi o con gravi handicap motori, al codice vestimentario, che è tutto un nascondere forme e espressioni dietro lunghe tuniche nere e foulard scuri.

covered-bridge-009.jpg   La scorsa settimana, per esempio, facevo footing in un parco di Waterloo, con 32 gradi (ed erano le 7 di sera); ad un certo punto vedo venir verso di me in bicicletta tre ragazzoni sui vent’anni, che pedalavano avvolti in un mare di sudore con pantaloni neri lunghi, camicia bianca e cravatta, cappello nero  e scarpe di cuoio: ma figlio mio, ma mettiti in pantaloncini e maglietta, che almeno la pelle respira e non lasci quest’odore fetido dietro di te, insomma!

Fotografarli è quasi un’impresa. Quando ci ho provato, avevo l’impressione di essere un reporter in Corea del Nord: la macchina fotografica nascosta sotto la giacca fino all’ultimo, lo sguardo innocente e disinteressato, fino a che il tipo con la sua carrozza nera o la ragazza commessa al bancone dei prodotti nostrani del mercatino di St. Jacobs non volgono altrove il loro occhio sospettoso, e zac, una rapida pressione sull’otturatore sperando che la foto risulti poi a fuoco...  
  000-024.jpg                                                                                                                                                              Per il resto, resistono stoicamente al progresso e all’avanzamento della società. Vivono spesso in tuguri nelle campagne qui intorno, specie di cascinali fatiscenti dai tetti di lamiera scoloriti, contornati da stalle, enormi silos, e qualche albero da frutta. Li vedi camminare a volte scalzi lungo le strade statali, ma la più parte delle volte si muovono a bordo di carrozzoni neri, simili ai “conestooga” con cui i pionieri andarono secoli or sono alla conquista del West americano, trainati da cavalli che non temono  ne’ i rigori dell’inverno, ne’ gli asfalti bollenti di questa stagione.

 









Potrebbe sembrare dalla mia descrizione, che avere un carro tirato da cavalli lungo una strada statale di grande traffico possa rappresentare un problema o, in un qualche modo, un pericolo sia per i mannoniti che per gli automobilisti che li sorpassano. Nulla di più sbagliato! Per capire meglio le ragioni che si celano dietro questa mia solenne affermazione, occorre parlare dello stile di guida in Canada, o meglio, in Ontario... Non conosco quello del Manitoba o dei Territori del Nord-Ovest, ma mi dicono che lassù le genti sono molto più pacate, semplici e rilassate... Che orrore deve essere, allora!

Una premessa si rende comunque obbligatoria, giusto per rendere l’idea: in confronto a un canadese medio, i cuneesi li metterei al livello di un buon pilota di Formula 3000, i bretoni francesi invece al livello di un rallysta di fama internazionale.

Non ve li potete nemmeno immaginare! Ogni volta che salgo in macchina, sperimento un nuovo test sulla tenuta delle mie coronarie, e mi dico che se arrivo fino all’ufficio ho un cuore in piena salute, e non ho più bisogno dei test sul colesterolo e sulla pressione arteriosa!

Signori, qui le strade son tutte almeno a tre corsie. Il  vicolo piu’ piccolo e stretto corrisponde a Corso Vittorio, per chi è familiare con Torino. Una buona strada secondaria si può equiparare agli Champs Elisée.
   chez-Angela-015.jpg                                                                                                                                                             Un raccordo autostradale invece sembra un intreccio di mangrovie della Florida: se ti perdi li, se per sbaglio manchi un’uscita sui famigerati “collectors” (che sono delle autostrade a 4 o 5 corsie che raccolgono quelli che escono dall’highway, e che sono costruite in parallelo a quest’ultima) o esci in quella sbagliata, sei finito! Infatti, già esci consapevole di aver fatto una cazzata, e non ti bastano i tre specchietti per avere la percezione di quel che sta succedendo attorno a te, tanto è intenso a volte il traffico, specie nelle vicinanze di Toronto; poi, i pannelli stradali non ti aiutano per niente, a meno che tu non abbia un preciso senso dell’orientamento: ditemi infatti dove andare tra King street West, King street South, King street East e, si, si, c’è anche lei, King street North, ben sapendo che King street è una strada lunghissima che va sempre dritto!!? A volte vien da chiedersi se ‘sta strada non faccia davvero tutto il giro del Canada...!
  
 

chez-Angela-002.jpg Bene, ora ditemi voi: in questo contesto, e sapendo che Waterloo ha solo 300.000 abitanti ed è estesa quanto la Val d’Aosta, non dovresti avere NESSUN problema di traffico o congestionamento, giusto? Ebbene, no! Quando hai un canadese davanti, ancora va bene. La sua velocità media è in media 80% piu’ bassa della velocità massima consentita su quella strada, ma, visto il numero di corsie, puoi sempre sorpassarlo. Il vero problema è quando hai davanti a te un numero di canadesi che corrisponde esattamente al numero di corsie disponibili...! Sti cazzoni si mettono tutti in parallelo, come per una parata militare, e vanno tutti alla stessa, spaventosamente bassa, velocità, non lasciandoti alcun modo di superare... Per di più, si mettono pure a farti le finte, senza rendersene assolutamente conto! Per esempio, quello della corsia di sinistra sembra avere una velocità di 0.4 Km/h superiore agli altri due, quindi tu ti accodi a lui sapendo che tra 8 km avrai abbastanza spazio per infilarti tra lui e il suo vicino... Ma improvvisamente puoi avere, in ordine:

 

-          un semaforo, che qui è come la safety car: quando è rosso, annulla tutto il tuo vantaggio e devi aspettare altri 8 km per poter superare il diligente canadese davanti a te.

 

-          il coglione che gira a sinistra: quindi si ferma sul più bello, mette la freccia all’ultimo secondo quando oramai gli sei così vicino che non puoi più svincolarti, e aspetta che non ci sia nessuno in senso inverso su un orizzonte di almeno 3 km . Puoi passare dei minuti interi stoppato nel bel mezzo del corso, e non c’è verso di indicare con fari o clacson al diligente canadese che adesso può svoltare in tutta sicurezza, perchè davvero quel puntino in lontananza che si avvicina non rappresenta assolutamente un pericolo in questo preciso istante.

 

-          Un pedone che, in lontananza, accenna a passare: improvvisamente il diligente canadese davanti a te inchioda, e perdi non solo tutto il vantaggio che potevi avere accumulato per superare da qualche parte, ma rischi pure l’incidente, poiche’ nessuna persona normale frenerebbe con tanto anticipo, nemmeno se al posto del pedone ci fosse un’autobomba degli Hezbollah!

 

-          Un camion dei pompieri, una macchina della polizia o un’ambulanza che procede NELLA CORSIA OPPOSTA! In tal caso, tutti e 3 i coglioni davanti a te (se vi sono 3 corsie) si fermano simultaneamente, anche se non ce ne sarebbe nessuna ragione, visto che l’auto dell’ambulanza o della polizia procede nell’altro senso!!!! Ve ne sono che in tali circostanze si buttano letteralmente nello sterrato a lato della strada, mettendoti una paura fottuta perchè pensi che, a parte l’ambulanza in senso opposto, stia succedendo qualcosa di grave e tu non te ne sei reso conto...!

 

Poi impari anche a relativizzare i pericoli. Una volta a Toronto, abbiam visto due, dico due camion dei pompieri a sirene spiegate, che procedevano a velocita’ pazzesca nel downtown della città... Sembrava l’11 settembre, talmente davano l’impressione di venire in soccorso di un’immane catastrofe, ma poi si son fermati a 100 metri da dove eravamo e cosa c’era...? Un cassonetto dell’immondizia perso in un vicolo secondario che fumava!!! Ma quando qui brucia una casa che fanno? Mandano il terzo battaglione di fanteria?

Oramai quando vedo un camion dei pompieri, gli taglio la strada, tanto al massimo ci sarà un cassonetto di meno...!

 

 Ma quello che ammiro di più, quello che stento ancora a credere ogni volta che ci finisco in mezzo, sono gli incroci che, anzichè essere regolati con una girotonda, presentano quattro stop. E va bene che allo stop teoricamente ci si ferma, però se alle 2 di mattina arrivi all’incrocio e tutto intorno a te è nero come la notte e sei stanco e vuoi andare a dormire, magari basta una rallentatina e via, dai che non c’è nessuno! Invece no, il diligente canadese inchioda, guarda a destra (e tanto non vede un cazzo visto che tutto è nero e buio), poi a sinistra, e poi, dopo una decina di secondi, prende il coraggio a due mani e passa... E a te passa il sonno e lo vorresti inseguire sin sotto casa per farglielo passare anche a lui...!

 

Il problema è che qui in Canada, e più in generale in Nord America, le persone applicano il concetto di sicurezza sino alla paranoia. Non solo sicurezza stradale, ma di ogni aspetto della loro esistenza. Non so se ciò avverrà anche in Europa un giorno, ma vi prego, opponete una resistenza ad oltranza, opponetevi più che potete, per lasciare al caso e al fato un piccolo spazio nella vostra vita!

Vedo bimbi a 3 anni imparare ad andare in bicicletta nel giardino di casa protetti come un Capirossi qualunque, con tanto di casco, guanti e ginocchiere, nemmeno stessero correndo il Grand Premio dell’Estoril, povere creature! Giusto gli occhi scoperti per vedere di non finire addosso al cane, il resto è un’armatura a prova di bomba.

Alla televisione, anche un film di Eddy Murphy viene annunciato come “this movie contains violence and coarse language. Viewer discrection is advised”, nemmeno si trattasse di Full Metal Jacket.

E non parliamo poi delle assicurazioni! Qui ci si assicura su tutto, visto che da queste parti denunciare qualcuno è di moda come andare a fare la spesa. La prima volta che parlai con mio assicuratore per la nuova casa, mi fece un esempio assai inquietante. Un ospite viene a casa mia per cena, io gli preparo una bella bistecca con insalata e faccio cadere qualche goccia d’olio nella mia cucina. L’ospite ci cammina inavvertitamente sopra, scivola e si rompe una gamba. Ecco, quel che da noi finirebbe con una corsa al pronto soccorso, qui finisce in tribunale: il tipo può denunciarti per non so quale reato di negligenza e, a dispetto di non venire più a mangiare a casa mia, quasi sicuramente vincerà la causa. Io ascoltavo allucinato, e già mentalmente facevo una selezione su chi tra di voi invitare o meno, però l’esempio si può estendere al marciapiede davanti casa mia, di cui il responsabile per la spalatura della neve è il sottoscritto: se un coglione cade alle 7 di mattina perchè ha nevicato durante la notte e io sono ancora ignaro di tutto a letto, ebbene sì, sono io che vado nei casini...

 

Il massimo comunque è stato quando l’agente immobiliare che ci ha aiutati nella ricerca della casa ci ha candidamente detto di essere assicurato contro il fatto che lui possa dimenticare di fornirci un’informazione sulla casa che vorremmo acquistare e che io quindi, nel pieno spirito di amicizia e fratellanza, io lo denunci senza pensarci due volte...

Comunque, specialmente nelle zone residenziali come Waterloo, questo senso di ordine e pulizia, di sicurezza e di facciata, mi da un po’ la nausea. I pannelli “neighbour watching”, messi all’ingresso dei quartieri come a minacciare il visitatore che l’occhio dei vicini è invisibile ma vigile, le regole sul luogo esatto dove si deve posare il bidone dei rifiuti riciclabili, e via dicendo, a volte mi danno davvero l’idea di essere sul set di Desperate Housewives, o, peggio ancora, nell’ambiente malsano raccontato nel film American Beauty .


  Paesaggi-Waterloo-et-Zuma-013.jpg

Ma lo so, un giorno mi ci abituerò anch’io, e quando verrete a trovarmi, se solo metette il bidone della spazzatura nel posto sbagliato (nella foto precedente, il secchio blu in basso a sinistra), saranno tutti cazzi vostri!!!                                                                                             
                                                                                                                                                         Picture-041.jpg Quest’anno l’estate, che si preannunciava torrida, è stata ai patti e ha confermato i suoi picchi di calore. Ai 35 gradi che con l’umidità sembrano più di 40, la municipalità ha già lanciato due allerte e, in certe “county”, o province, ha già imposto restrizioni nell’uso dell’acqua. 
  Picture-037.jpg                                                                                                                                                                
Vien quasi da rimpiangere la Pasqua... eh si, poichè in questo Paese davvero strano, dopo averci dato l’illusione di una primavera persino prematura verso fine marzo (ha fatto fino a 18 gradi, io giravo in maglietta senza paura!), dopo avermi fatto preparare un viaggio a Montreal per le vacanze pasquali, il tempo ha deciso che era ora di farci tornare tutti con i piedi perterra, e quindi ha pensato bene di deliziarci con una settimana di bufere di neve... Dico NEVE, porca zozza! Neve a Pasqua, vi rendete conto? Al mattino, guardavo dalla finestra il palazzone in faccia e ne potevo distinguere solo vaghi contorni, a causa di una nebbia degna di Varsavia in novembre... prendevo colazione estremamente energetica per affrontare i 1600 metri che mi separano dall’ufficio (di solito andavo a piedi al lavoro), e poi uscivo affrontando i -12 gradi (con vento a cento all’ora, che faceva sentire come se di gradi ce ne fossero -25!) coperto da sciapra e cappello di lana, con solo gli occhi fuori che venivano massacrati dagli aghetti fini del ghiaccio che cadeva...

  f-004.jpg


Le mani pietrificavano dopo 100 metri. Ai 150, il labbro inferiore si spaccava sistematicamente in due. Ai 300 metri avevo il primo rilievo cronometrico (mentale, poiche’ era impossibile togliere il braccio per vedere l’ora...), che in genere aggiungeva sconforto. Ai 400, il primo semaforo. In genere adattavo l’andatura per poter passare col verde, poiche’ se mai mi fossi fermato per piu’ di 20 secondi, non sarei piu’ ripartito.A volte trovavo dei tappi perterra per la mia vecchia collezione e questo era il solo momento dove toglievo la mano dalla tasca. Se il tappo ce l’avevo, allora una bestemmia era garantita.

L’ultimo tratto era il piu’ difficile, poiche’ il ghiaccio copriva i marciapiedi e rendeva la marcia estremamente instabile. Piu’ volte ho fatto un volo cadendo poi orizzontalmente sul culo e sui gomiti poiche’ avevo appoggiato un piede su una lastra invisibile di ghiaccio... Se avessi parlato prima col mio assicuratore, ad ogni volo avrei forse potuto ricavare qualche migliaio di dollari!!! Peccato. L’unica nota positiva è che a RIM, poi, mi occorreva almeno mezz’ora per riprendere l’agilita’ delle dita, e ne approfittavo per leggere La Stampa e gli articoli di Gramellini...

 

Eh, sì, gira e dai si finisce sempre per ricercare le nostre origini, sia attraverso la tecnologia come internet, sia attraverso i contatti con i connazionali che vivono in Canada da più generazioni. Questo Paese è il quello dove c’è la più grande comunità ucraina dopo quella in Ucraina, la più comunità indiana dopo quella in India, la più grande comunità armena dopo l’Armenia, e così via per quasi tutti le nazioni del mondo. Non so se vi sono più emigranti italiani in Canada che in Argentina, ma quel che è sicuro è che di italiani ce ne sono tanti, tantissimi. Ho visto delle foto di quando l’Italia vinse i Mondiali in Germania... le strade della Little Italy di Toronto non avevano nulla da invidiare a via dei Fori Imperiali o a via Roma, tanta era la gente e le bandiere ai balconi. Canada-257.jpg  

Ci sono principalmente due categorie di italiani o italo-canadesi da queste parti: quelli che arrivarono in Canada una o due generazioni fa, tra gli anni ’50 e i ’70, e i figli e i nipoti di costoro, che ne prolungano nel modo più buffo e stravagante le tradizioni e la lingua.

I primi son quelli che fanno più tenerezza. Partiti spesso per necessità più che per desiderio, arrivarono in Canada e misero su il loro business, chi carpentiere, chi ristoratore, chi musicista e chi ancora meccanico. Pochi ritornarono in Italia, ma quasi tutti vennero qui con le loro famiglie o si sposarono con connazionali. Comprarono case a Toronto e in tutte le altre grandi città, si aiutarono l’un l’altro come nel rispetto delle tradizioni d’origine, investirono e moltiplicarono, e adesso la più parte si ritrova triste e benestante, anziana e nostalgica, insabbiata nel limbo limaccioso fatto da coloro che non possono più tornare indietro per ritrovare le loro radici calabresi o napoletane, ma che allo stesso tempo non si sono mai veramente integrati in un Paese che in fondo altro non é che un’immensa terra d’asilo per gente di ogni etnia e ogni luogo.

Spesso non parlano ne’ inglese ne’ italiano, ma un ridicolo dialetto infarinato qua e la da qualche parola inglese quando quella dialettale non viene subito alla mente, ed è uno spettacolo ascoltarli, specie quando raccontano del loro unico viaggio in Italia occorso oramai anni orsono, quando ancora avevano in serbo voglia ed energia... La più parte conserva gelosamente il proprio passaporto italiano, ultimo simbolico e tangibile legame con la madre patria, rifiutando quando possibile di diventare cittadino canadese, e si abbona sistematicamente alla Rai International satellitare, per seguire veline e Isole famose di un’Italia che oramai non riconosce più...

 

I figli e nipoti, invece, hanno avuto spesso la possibilità di completare gli studi o di continuare il business familiare, anelano a visitare l’Italia nelle poche settimane di vacanze che il sistema canadese offre ai suoi lavoratori, e parlano un perfetto inglese intervallato da sgrammaticate espressioni italiche, imparate credo durante le liti in famiglia, fieri di mostrare le loro origini di un Paese a loro perfettamente sconosciuto...  E’ interessante vedere come molti di dichiarino bilingue, anche se riescono a malapena a capire i titoli dei giornali. Sentirli parlare è uno spasso, poichè non si può non trattenere un sorriso quando al telefono ti raccontano che “Mannagia, I was waiting my parents and I got agitata because they were late, i fitenti!” o ancora “What a looser, he let me prepare all the stuff and then he said non vengo, disgraziato”...
Un bellissimo esempio lo potete trovare nel video seguente:

www.youtube.com/watch

 

Tutti, padri come figli, comprano la carne alla Macelleria Potenza (gestita da una famiglian pugliese, con della carne, detto per inciso, davvero prelibata), caffè e parmigiano al Grande Cheese, enorme catena di supermercati di prodotti italiani, e i vestiti negli innumerevoli negozi di “Alta moda italiana”, con prezzi proibitivi tutto l’anno tranne che nei “Boxing Days”, i giorni dei saldi dove davvero la gente impazzisce ed è consigliabile starsene comodamente a casa lasciando il delirio fuori dalla porta.

Della musica italiana, conoscono Zucchero, la Pausini e Ramazzotti, che sono i più internazionali, però Vasco e Guccini non sanno nemmeno chi siano, essendo cresciuti con la musica di Al Bano, dei Pooh e dei Ricchi e Poveri.

Potete immaginare il mio stupore quando mi son reso conto che stavo cantando “Tu vo’ fa’ l’americano, ma si’ nato in Italy” insieme a tutti gli italiani del London Pub di North York: che anche a me toccherà un giorno pensare a Firenze o alla Sicilia con lo stesso sentimento di malinconica consapevolezza di non poterle più vedere? Brrr, mi vengono i brividi solo a pensarci, e mi conforta l’idea che nella nostra epoca di globalizzazione e di A380 da 800 posti, l’idea di rientrare non è più così utopica come ad un tempo...

 

E di altre cose da raccontare ce ne sarebbero... episodi strani, atmosfere diverse, luoghi e spazi nuovi, visti e da visitare, però occorrerà ben che serbi qualche cosa per i prossimi capitoli nei prossimi mesi, altrimenti finisce davvero che non ci si sente più. Spero comunque non solo di non avervi annoiato (ma se siete arrivati sin qui siete quasi al buono...), ma anzi di avervi fatto sorridere un po’ e chissà, magari di avervi messo la voglia di venire un giorno a renderci visita.

E non vi preoccupate, l’immondizia la butto via io!

Par Remo
Ecrire un commentaire - Voir les 2 commentaires
Retour à l'accueil

Présentation

  • : Pensieri, parole, opere o missioni...
  • Pensieri, parole, opere o missioni...
  • : Actualité
  • : "Chi disprezza compra", è sempre cosi'... ho resistito fino ad adesso, ho sbeffeggiato coloro che passavano ore e giorni a creare blog solo per dire chi sono, che fanno o per farsi amici virtuali, ma poi alla fine ci sono cascato anch'io. Eccomi dunque qui, online, per rendere i lettori partecipi delle mie avventure, e soprattutto per sentirsi ancora vicini, per non dimenticarsi, per non lasciare che la lontananza o l'indifferenza finiscano un giorno per farci perdere di vista.
  • Partager ce blog
  • Retour à la page d'accueil
  • Contact

Recherche

Texte Libre

Créer un blog gratuit sur over-blog.com - Contact - C.G.U. - Rémunération en droits d'auteur - Signaler un abus