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“What time is it, please?” Questa domanda dall’apparenza banale mi è stata rivolta da un ragazzo sui 25 anni,
papalina abbassata fin alle sopracciglia e occhi un po’ bovini che fuoriuscivano dalle orbite, mentre aspettavo all’aeroporto di Copenhagen l’aereo che mi avrebbe riportato verso lande più calde
e soleggiate dopo il periplo di una settimana tra le fredde strade di Amsterdam, la desolazione di Billund e i campi ancora innevati di Aalborg, nel profondo Nord della
Danimarca.
“It’s half past one”, rispondo io meccanicamente, lontanissimo dall’immaginare la scena che da lì a poco quel simpaticone di Bologna, perito quasi-elettrotecnico (rinunciò all’esame di maturità per qualche ragione che non ho ben afferrato), mi avrebbe riservato…
Senza uno straccio di giornale o libro da leggere in una qualsiasi lingua che non fosse scandinava, l’attesa che durava oramai da quasi di 4 ore mi aveva reso più conciliante nei confronti di una sana chiacchierata con la prima persona che fosse capitata nei paraggi della poltroncina dove stavo seduto; e la seconda domanda di Gaspare, “Where are you from?”, capitava a fagiolo!
Decido dunque che per Gaspare questa volta sono italiano, lavoro a Torino e mi occupo semplicemente di elettronica. Sophia Antipolis, Infineon, la moglie dell’Azerbaigian, i chip-test ad Aalborg sarebbero troppo lunghi da spiegare, e la sua faccia inoltre non mette voglia di inoltrarsi in discussioni complicate.
E qui comincia l’avventura! Folgorato dall’incontro con un connazionale, che dopo un anno di vita in Danimarca deve fare il suo bell’effetto, il nostro Gaspare diventa incontenibile… Mi annuncia a bruciapelo che lui lavora in una comunità chiamata non so piu’ come, che è specializzata nel campo delle immagini mentali, e senza nemmeno lasciarmi finire la domanda di rito “In che cosa consiste esattamente?”, apre la sua valigetta argentata, simile a quelle che nei film contengono il classico milione di dollari, e tira fuori uno strano apparecchio blu, composto da una manopola, due prese e un indicatore ad ago, come quelli che nei tester misurano la corrente o il voltaggio di un circuito elettrico.
Dopo avermi spiegato che quell’aggeggio che sembra uscito dalla fabbrica della Lego serve per scoprire le immagini che perturbano la mente di una persona, che nessun medico o ospedale o psichiatra può utilizzarlo perché “sai com’è, loro sono stati denunciati per uso di correnti troppo elevate, fanno delle lobotomie frontali, potrebbero abusare dei voltaggi, sai com’ è, cose terribili, cose terribili…” e che solo la loro comunità è autorizzata all’impiego, decide di darmene una dimostrazione immediata, proprio lì, nel bel mezzo della hall dell’aeroporto di Copenhagen.
Nel giro di pochi secondi mi ritrovo dunque con due cilindri metallici vuoti stretti nelle mani e collegati con lunghissimi cavi al fantomatico apparecchio, Gaspare di fronte a me che smanetta sulla manopola e un bel po’ di spettatori incuriositi dall’esperimento tutti intorno a noi. Il test ha inizio: “Pensa ad un trauma della tua vita”, mi intima con tono che non ammette repliche o rinunce, aspettandosi che l’ago schizzi all’istante al fondo scala, rivelando cosí che in quel preciso momento ho costruito un’immagine mentale negativa rilevata dallo strumento….
Tra me e me penso che quel che sto vivendo in quel particolare istante potrebbe esserne un buon esempio, e mi vien da ridere. Gaspare ha l’aria di non apprezzare troppo la mia attitudine poco seria, e, mentre la folla intorno a noi si arricchisce di nuovi spettatori giapponesi che commentano ad alta voce, mi chiede, nel suo accento emiliano, di pensare “più intensamente, più intensamente, magari alla scomparsa di persone care, o ad un dolore fisico provato nel passato”, o ancora “a una tragedia mondiale come quella dell’11 settembre”...
Provo a stare al gioco, ma anziché all’11 settembre mi viene in mente il 16 luglio ’98, giorno in cui la Francia divenne campione del mondo: quello si che è stato un signor trauma!!! Ma nonostante gli sforzi, nonostante i ricordi di Zidane e Henry che padroneggiano nell’area del Brasile, l’ago continua imperterrito a bloccarsi sullo zero…
Gaspare comincia a spazientirsi, mi chiede più volte di ritornare all’istante preciso del trauma (ma sarà il primo, il secondo o il terzo gol?), fino a che, stufo di ridicolizzarmi con quelle specie di nacchere davanti a quel buffone, gli dico “Senti, amico, io posso anche concentrarmi su quel che mi dici, ma in queste condizioni mi riesce tutto tranne che pensare a cose tristi, lasciamo perdere, eh?”.
Deluso o offeso, non so, Gaspare si riprende tutta l’apparecchiatura e la rimette frettolosamente nella valigetta. Si congeda quindi da me, non prima di avermi ricordato che la sua organizzazione ha anche una filiale a Torino. La gente intorno lascia delusa lo spettacolo, chissà che cosa s’immaginava di vedere, e io resto lí, con ancora 30 minuti di attesa, ma almeno con una certezza in più nella vita: la prossima volta che mi capiterà di testare le mie immagini mentali, non avrò più alcun dubbio, ritornerò con il pensiero a quella mattina del 17 marzo 2006 all’aeroporto di Copenhagen…