Baku, 4 milioni di abitanti, capitale immensa e intricatissima, adagiata sulle sponde del Mar Caspio, immenso lago salato che pullula di piattaforme
petrolifere a perdita d’occhio.
Vandam, piccola e tranquilla cittadina arroccata sulle montagne del Caucaso, ad una trentina di chilometri dal confine con il Daghestan e la
Cecenia.
La distanza che separa Baku da Vandam è all’incirca 300 chilometri.
Partiamo molto presto. Io, Zum, suo papà e Hadji, nostro cognato. I problemi di lingua sono stati risolti, Zumrud e Hadji mi garantiscono una sicura
traduzione simultanea in francese o in inglese per poter parlare col papà, visto che il mio russo, al momento, si ferma inesorabilmente a “come va?”, “ho fame”, “non capisco” e a qualche altra
espressione di base.
La Ziguli, epica macchina sovietica progettata, decenni or sono, da ingegneri Fiat, è stracolma di vettovaglie: verdure, “dolma” (una sorta di
involtini di carne molto prelibati), frutta, bibite e tutto quanto occorre a sfamare per tre giorni soprattutto due bufali come me e Hadji, 90 Kg di muscoli.
Ed è pronta: il filtro difettoso che faceva sentire un forte odore di benzina nell’abitacolo è stato riparato, il carburatore pulito, le gomme ben
gonfiate. L’aerodinamica, è vero, non deve essere delle più … performanti (la forma ricorda assai le nostre Fiat 128), ma che importa?, a noi basta arrivare per la sera, senza fretta, assaporando
il più possibile tutti i paesaggi che sfileranno davanti ai nostri occhi…
Partire, lasciare Baku. Facile a dirsi, ma nessuno straniero riuscirebbe mai nell’impresa! Non esiste infatti una piantina della città, in 8 strade su
10 non si arriva a leggerne il nome agli incroci, e soprattutto, non esiste segnaletica! O sai dove andare, sai dove girare o quale strada prendere all’uscita delle immense rotatorie, o sei un
uomo spacciato, fagocitato da centinaia e centinaia di altri veicoli che si muovono impazziti senza alcuna regola apparente di guida, intontito da un mare di clacson dai suoni più stravaganti,
soffocato dai fumi neri di vecchissimi, fatiscenti e stremati pulmini, stracolmi di gente in balia di brusche e azzardatissime manovre che dalle nostre parti sarebbero da ritiro patente…
Ma conoscere le strade, sapere esattamente a quale incrocio svoltare, o più semplicemente aver sempre ben chiaro da quale parte è il mare e in che
direzione si trova il Nord, non basta, e i 14 anni di patente europea si cancellano inesorabilmente di fronte allo “stile” di guida in Azerbaigian.
Stile che è dettato dalle condizioni disastrose delle strade, soprattutto in città. È vero che rispetto a qualche anno fa la situazione è migliorata,
ma non si può non restare increduli di fronte a una mancanza così evidente di manutenzione!
Tranne qualche corso principale, è tutto un’immensa gruviera. Vere e proprie voragini si aprono nell’asfalto ad ogni decina di metri, intere vie hanno
perso nel tempo ogni traccia di bitume e sono oramai divenute delle grandi spianate di sassi e polvere, bolle e rigonfiamenti della strada si ergono un po’ ovunque per mettere alla prova i
riflessi dei conduttori e soprattutto le sospensioni delle macchine, obbligando gli automobilisti a zigzag e ad impossibili traiettorie, spesso repentine e imprevisibili!
Concetti come “tenere la destra”, mettere la freccia ad ogni cambio di direzione, dare la precedenza ai veicoli provenienti da destra sono
semplicemente impossibili da applicare: semplificando, si potrebbe paragonare il traffico di Baku ad una grande giungla, dove esistono due priorità: finir dentro il minor numero possibile di
buche e, mano costantemente sul clacson, uscire il più velocemente possibile dai mostruosi ingorghi che inevitabilmente si formano ad ogni incrocio.
Attenzione: i pedoni sono un semplice “arredamento” della città, uno strumento utile a dare colore e vivacità, come lo zucchero a velo sulle torte:
attraversare un corso, strisce o non strisce, rileva della vera e propria sfida, da rinnovare il meno sovente possibile! E ai bambini probabilmente non si insegna a guardare prima a sinistra e
poi, arrivati a metà strada, a destra: una simile procedura potrebbe risultare molto pericolosa! Bisogna infatti tener ben presente che nel tratto di strada dove le macchine, in teoria, vengono
da sinistra, ci si potrebbe ritrovare con un pulmino a piena velocità che, per evitare un ostacolo o un pedone, sta procedendo contromano, zigzagando poveretto tra le decine di veicoli che gli si
parano, clacsonando, davanti!
Partire, dicevamo. È in questo contesto, che dopo qualche giorno di permanenza diventa anche per me un’assoluta normalità, che lasciamo pian piano la
città. Heydar Aliev, in uno delle migliaia di pannelli giganti che tappezzano le strade e le città dell’Azerbaigian, ci saluta sorridente, quasi fosse lì per augurarci buon viaggio. E qui
concedetemi di aprire un’ultima doverosa parentesi, nella quale poter spiegare chi é costui, e perché lo abbiamo incrociato così tante volte lungo i 300 km di strada.
Heydar Aliev, ex agente del KGB nell’epoca di Breznev, presidente-dittatore dell’Azerbaigian dal primo giorno dell’indipendenza (nel 1990), morto in
gran segreto una decina di mesi fa in una clinica di Chicago in America. Lui stava all’Azerbaigian un po’ come Castro sta a Cuba: dittatura mascherata da democrazia, corruzione a tutti i livelli
della società, nessuna opposizione possibile, prigionieri politici che riempivano e riempiono tutt’ora le carceri del Paese e, come tutti i dittatori che si rispettino, un numero incalcolabile di
effigi in tutti gli angoli del Paese. Ogni negozio, dal rivenditore di pane a quello di computer, per non avere problemi, espone in modo ben visibile la foto del Presidente.
L’aeroporto, tutti i parchi della città, le navi della marina, le scuole, insomma, tutto porta il nome di Aliev. Non che in Francia siano da meno con
il loro adorato De Gaulle, ma almeno ci risparmiano il faccione di Chirac ad ogni angolo di via!!
E come se non bastasse, l’attuale Presidente si chiama Aliev, ed è guarda caso il figlio del benemerito Heydar. Occhi bovini che danno l’impressione
di un quoziente intellettivo non molto elevato, privo del carisma e della personalità del padre, l’attuale presidente ha perlomeno ben assimilato qualche fondamentale precetto paterno: eccolo
quindi raffigurato, braccia conserte, mentre osserva l’immagine del padre, ringiovanito nella foto di almeno 15 anni, con una profondità nello sguardo che vuol essere carica di significato, in
una specie di passaggio di consegne, come ad assicurare il popolo che lui è li, loro sono li, a vegliare sul Paese e ad intascarsi i proventi del petrolio…
Poco prima di uscire definitivamente dalla città, su una delle grandi arterie che attraversano Baku da un estremo all’altro, osservo a qualche
centinaio di metri di distanza una pattuglia della Polizia, in sosta sulla corsia di destra. I due agenti sono fuori dal veicolo, e uno di loro giocherella con una specie di manganello rosso
fluorescente utilizzato per intimare l’alt alle auto di passaggio. È notorio che la Polizia, nell’Europa dell’Est, sia da evitare come la peste. Pagati con stipendi da fame, i gendarmi di quei
Paesi, così come doganieri e controllori in generale, arrotondano lo “stipendio” spillando quattrini ai malcapitati che, anche senza aver commesso infrazioni, gli capitano sotto tiro. E se poi
fiutano, e dio mio che fiuto che hanno, che la macchina che hanno fermato trasporta un occidentale, è il jackpot: non c’è verso di discutere in inglese, e non ti mollano fino a che non gli metti
qualche decina di dollari in mano…!
Eccoci dunque anche noi in questo frangente: viaggiamo a 60-70 all’ora, il traffico è intenso come d’abitudine, e il famigerato manganello rosso
fluorescente comincia ad agitarsi man mano che ci avviciniamo verso la pattuglia. È un attimo. Io penso: “Ora non devo più fiatare, è meglio non far sapere che sono it…”, ma un improvviso colpo
d’acceleratore mi blocca il pensiero. Con una superba finta, degna del miglior Schumacher quando cambia la strategia di corsa all’ultimo momento, il papà di Zum spiazza me ed i poliziotti: tira
dritto proprio in faccia ai due in divisa, facendo pure un gesto di stizza con la mano, come per dire “ma mi credete davvero così imbecille?”, e controlla nello specchietto che non vi siano
spiacevoli conseguenze al suo gesto!! Normalmente, i poliziotti sanno che la gente non si ferma all’alt, e non si scompongono più di tanto di fronte a tali manovre: semplicemente cercheranno di
arrestare il veicolo successivo, sperando che entro la fine della giornata riusciranno a mettere qualche dollaro da parte…
Gli Aliev, padre e figlio, osservano dai loro grandi manifesti scene di questo tipo tutti i giorni, ma intimamente non credo che se ne dolgano più di
tanto: loro sono lassù, non solo metaforicamente, irraggiungibili ai comuni mortali, e sorridono sornioni, il padre dal Cielo, il figlio dal Palazzo presidenziale…
D’un tratto i palazzi e le case cominciano a diradarsi, il traffico diviene meno caotico, l’aria più respirabile: usciamo dalla capitale, ed è già
stata una bellissima ed indimenticabile avventura!
Tutto cambia: sfilano davanti a noi immense raffinerie, grandi fabbriche di prodotti alimentari, officine per inscatolare il caviale, e, un po’ più
lontano, un grande campo di addestramento dell’esercito: la Ziguli sfreccia tra qualche carro armato arroccato sulla collina alla nostra destra e un gruppetto di soldati in esercitazione sulla
sinistra. Si ha adesso l’impressione di essere in un altro Paese: immense montagne rocciose e desertiche si parano davanti a noi, e la terra è passata ad un colore rossiccio molto intenso, dovuto
probabilmente alla presenza di qualche minerale. Anche la strada è un poco migliore: meno buche e meno rigonfiamenti, ma nonostante tutto sorpassare i lenti, fumosi e inquinanti camioncini o gli
autobus stracarichi di pendolari resta un’impresa non da poco. Occorre innanzitutto prepararsi mentalmente, per non cedere alla paura se e quando, in piena fase di sorpasso, ci si ritrova davanti
ad un altro veicolo che procede in senso opposto ed il pulmino che si sta sorpassando non accenna ne’ a rallentare ne’ a spostarsi sulla destra. Poi è necessario distanziarsi di qualche decina di
metri dal veicolo di fronte, innanzitutto per non essere accecati dai neri e densi fumi di scarico, e poi per prendere sufficiente velocità al fine di ridurre al massimo la durata del sorpasso (e
implicitamente ridurre al minimo il rischio di un frontale…).
I paesaggi continuano a succedersi vallata dopo vallata, ed ogni volta che scolliniamo un passo o che entriamo in un nuovo “Rayon” - l’equivalente
delle nostre “regioni” - altri colori, altra vegetazione e altri villaggi si aprono al nostro sguardo, e la velocità moderata con cui procediamo ci permette di assaporare pienamente il loro
susseguirsi. Incrociamo di tanto in tanto l’immancabile Aliev, ora raffigurato mentre tiene un comizio davanti a paesani e contadini festanti, ora mentre in visita ad una scuola, osserva
attentamente allievi diligenti che lo scrutano seri e timorosi.
Dopo una breve pausa per sgranchire le gambe e per cogliere qualche mora sul ciglio della strada, entriamo finalmente nel Rayon di Vandam. È
un’immensa regione verdeggiante, percorsa da piccoli e numerosi fiumi, ricca di laghi che riflettono l’immagine delle grandi montagne caucasiche. Si ha davvero l’impressione di essere circondati
da una Natura intatta e incontaminata, salvo poi vedere in lontananza enormi parabole d’epoca sovietica, ancora funzionanti, che permettevano, e forse permettono ancora, di ascoltare le
comunicazioni di buona parte dell’Europa orientale. Si narra di campi elettromagnetici talmente forti da far nascere in un raggio di parecchie decine di chilometri, agnelli o galline a due teste
o con altre mostruose deformazioni, e sinceramente penso che non ci sia nulla di scandaloso a credere che queste cose possano succedere ai giorni nostri.
I villaggi e i paesetti, consistenti in più o meno estesi gruppi di casette di mezza montagna, contornate da giardini con grandi alberi da frutti, in
commerci e negozi di alimentari, fatiscenti officine meccaniche, distributori di benzina, panetterie dalle quali i profumi di pane caldo mettono un appetito feroce, si susseguono con più
frequenza, quasi a celebrare un ritorno alla vita e alla civiltà dopo chilometri e chilometri di paesaggi desertici.
Tra un villaggio ed il successivo si aprono grandi foreste e sconfinati spazi per i pascoli, ed è assai curioso notare che da queste parti la strada
non è solo riservata alle auto o ai grossi camion, ma viene utilizzata, e nel modo più naturale possibile, da lunghissime colonne di mucche, che, ad ore ben precise, lasciano da sole le stalle e,
seguendo mestamente il capo mandria, s’incamminano sul ciglio della strada verso i prati verdeggianti. È curioso vedere come procedono pacifiche: automobili, trattori ed ogni altra categoria di
veicoli le sfrecciano a pochi centimetri, ma quelle non si scompongono più di tanto. Sanno dove devono andare, chi seguire, a che ora tornare e, una volta rientrate in paese, persino a quale
cascina entrare! Le si vedono la sera, paciose, tranquille e satolle, sfilare all’ingresso dei villaggi, ed una a una, intrufolarsi nel cascinale che le appartiene come fosse la cosa più naturale
del mondo.
Siamo a questo punto prossimi a Vandam. Ancora qualche chilometro e finalmente potremo rifocillarci con della buona carne alla brace e i famosi
“dolma” di cui abbiamo già parlato in precedenza. Gli ultimi ostacoli sono rappresentati ancora da alcune vacche un po’ più indisciplinate che partono al pascolo ciondolando nel bel mezzo della
carreggiata, ma per questo abbiamo un metodo infallibile: niente clascon o brusche frenate, ma Hadji che si sporge dal finestrino e rifila sonori schiaffoni sul muso delle prime malcapitate.
“Punirne uno per educarne cento”, insegnava un vecchio detto, e posso assicurare che, tra qualche muggito di protesta, dopo due o tre legnate, tutte le mucche ripiegano sul bordo della strada
lasciandoci libera la via che porta alla meta.
Ora siamo qui intorno ad una tavola imbandita nel mezzo del giardino di questa villetta di montagna affatto male. Fa fresco, c’è un bel sole
splendente nel mezzo di un cielo azzurro intenso, la pancia è piena ed il samovar sta scaldando l’acqua per un buon the di fine pranzo. Il ritorno è tra due giorni, godiamoci per ora il panorama
di queste montagne dalle punte innevate, il silenzio rotto solo dai versi degli animali da cortile, il fresco dell’aria. E chissà, dopodomani saremo di nuovo pronti per una nuova avventura, ma
questa è un’altra storia, e meriterà un racconto a parte…
Baku, Giugno 2002