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“Parto per l’America”. Soggetto, verbo e complemento, di moto a luogo, se ricordo bene. Quanti milioni di persone hanno pronunciato questa frase! Diede il la Colombo, beffando tutti facendo credere che partiva per “le Indie”. Continuarono in molti, con scopi e obiettivi diversi. Chi ci andò per esplorare, e spesso si fece scuoiare dai Pellerossa; chi invece partì per rifarsi una vita, e la passò setacciando il Colorado alla ricerca dell’oro nascosto; chi ancora per fuggire alla miseria, e si ritrovò a lavare piatti nei ristoranti newyorkesi o a capo di multinazionali.
Ci sono poi quelli che, al giorno d’oggi, ci vanno su zattere, e vengono rispediti all’Avana se sopravvivono a squali e coccodrilli, e c’è chi, come me, che ci va per ritrovare la sua mogliettina perduta nella Louisiana profonda…
Soggetto, verbo e complemento: semplice, sicuro, veloce! E invece molti non sanno che ai nostri tempi di Osami e Saddami, di Torri gemelle e tagliatori di teste, “Parto per l’America” è diventata una vera impresa, irta di ostacoli e barriere. Se poi si comincia l’avventura da un aeroporto francese, ci si porta intrinsecamente con se il germe della vigliaccheria (tali son considerati i transalpini da quando Dominique De Villepin mise il suo veto all’ONU) e le cose si complicano non poco.
Nizza – Francoforte, volo detto anche “lancio della pietra”: appena si è decollati, è già l’ora di atterrare. Al checkin, non appena si sventola un biglietto per l’America, si entra in una procedura speciale: tre dico tre controlli del passaporto, via scarpe, cinture, anelli e tutto quanto Madre Natura non ci ha dotati alla nascita, per passare i metal detector, e, per il sottoscritto soltanto, un ultimo controllino prima di salire sull’aereo, così, tanto per gradire.
“Monsieur, s’il vous plait, par ici, merci”, mi ordina un’addetta alla sicurezza a due metri dal portellone dell’aereo, alla fine di quella specie di tunnel semovibile che si prende per imbarcarsi. “Votre passeport, e si tolga le scarpe”. Ma se le ho appena tolte due minuti fa!
Una sbirciatina finale nelle tasche di giubbotto e pantaloni, e cominciano i guai… Avevo infatti dimenticato nella tasca della giacca il telecomando dell’antifurto della macchina. Il problema è che, visto che le pile erano esaurite, l’avevo smontato qualche giorno prima, e custodivo dunque solo il circuitino elettronico pieno di bottoncini e lucine, senza il supporto di plastica! Orrore! L’addetta alla sicurezza lo guarda con sospetto, lo gira e rigira delicatamente come se dovesse esploderle tra le mani, e poi, con voce grave degna di un milite israeliano che fruga nello zaino di un palestinese in procinto di varcare la frontiera della striscia di Gaza, mi chiede: “Qu’est-ce que c’est?”, “Che cos’è?”.
È fatta, mi son detto, non parto più e mi faccio qualche oretta di custodia cautelare. Con una rapidità d’analisi per selezionare la risposta che mi avrebbe dato la più alta probabilità di imbarcarmi e che ha stupito me per primo, rispondo :”È il telecomando per la mia macchina, ma…. dov’è finita la sua custodia in plastica? Quando l’ho messo in tasca, era intatto!”.
Comincia allora, da parte dell’inquisitrice, una ricerca furibonda per scovare il pezzetto di plastica che non avrebbe mai potuto trovare poiché fisicamente mai entrato nella mia tasca! Dopo aver spostato nervosamente una specie di tavolino, facendo inevitabilmente cadere occhiali, chiavi, fazzoletti, biro, insomma, tutto quel che le avevo riversato sopra per l’ultimo controllo, provo con un “Okay, non importa, si sarà perso, non è grave…”, mentre raccatto da per terra gli oggetti caduti, e con la coda dell’occhio getto uno sguardo pietoso verso le cinquanta persone ancora bloccate nel tunnel a causa del mio teatrino!
E no, caro mio, non può essersi perso! “Non si preoccupi, signore, lo ritroveremo, dev’essere caduto da queste parti”. Ed eccoci rituffati con gli occhi verso il basso, io senza scarpe a pregare che finisse presto e a far finta di essere dispiaciuto per la perdita, lei incazzata come una bestia e pronta a farmela pagare, con i minuti che scorrono lenti e la gente che comincia a sbuffare, visto che in quel tunnel battuto dal sole, il caldo si fa sempre più insopportabile.
Quando finalmente si rende conto di essere davanti ad un fenomeno sovrannaturale di sparizioni inspiegabili, rosa comunque dal dubbio e incapace di discernere tra finzione e realtà, la signorina, col il sollievo dell’interminabile coda che si era nel frattempo formata, decide che non dovrei avere nessuna intenzione suicida ne’ vocazione kamikaze, e da il suo benestare per un ingresso trionfale nell’aereo!
Durante il volo, nulla da segnalare, se non il bellissimo spettacolo delle Alpi innevate e la pianta circolare di Milano, che vista dall’alto sembra quasi una città vivibile, senza picchi di ozono e nebbie padane…
Ed eccomi finalmente all’aeroporto di Francoforte, sezione “terroristi potenziali”, che consiste nell’area riservata a coloro che s’imbarcano verso gli Stati Uniti. Niente tedeschi, qui lavorano solo americani, e guai a farli incazzare chiedendo di ripetere per più di due volte le loro istruzioni. Con metodi da Gestapo, gesti bruschi e secchi, si ripete la lunga procedura dei controlli: due passaggi nei metal detector sia per i bagagli sia per i passeggeri, controllo delle scarpe sistematico e una lunga serie di domande personali. L’atmosfera, in quest’area del Terminale 2, è elettrica: orde di persone con bagagli dalle forme inverosimili, che vien quasi da chiedersi se lo fanno apposta a provocare così palesemente i doganieri, bambini che si lagnano vicino ai loro genitori perché impossibilitati a rincorrersi su e giù per le corsie, controllori che smistano brutalmente le persone a seconda della loro nazionalità, o in funzione della classe del loro biglietto, tutto sotto il rumore incessante delle macchine che verificano il contenuto delle valigie. Ma nonostante ciò, pian piano la fila avanza, e la gente comincia a riempire l’enorme 747 che ci aspetta pacioso sulla pista.
Una buona mezz’ora più tardi, mi ritrovo infine “comodamente” seduto al 22G, tra i posti migliori di tutto l’aereo, poiché si possono allungare le gambe verso il corridoio e quindi sperare in un volo più confortevole. Pian piano l’aereo si riempie, il mio vicino è un tranquillo giovanotto che non appena seduto comincia a dormire, e nel giro di un’ora si ha davvero l’impressione che il decollo non dovrebbe più tardare…
Poveri illusi! Quando oramai tutti i passeggeri sono comodamente installati, chi con un buon libro tra le mani, chi con la coperta sulle gambe o chi ancora con le cuffie per ascoltare un po’ di musica, ecco profilarsi all’orizzonte la sagoma di una bella famigliola pachistana, papà, mamma e quattro piccoli marmocchi. Tutti e sei insieme avranno almeno una decina di bagagli a mano, e avanzano con difficoltà lungo il corridoio alla ricerca dei posti loro assegnati. Subito capisco che c’ è qualcosa che non quadra: non ci sono infatti nell’aereo sei posti liberi E, soprattutto, CONSECUTIVI, e pare che le hostess lascino trasparire uno strano stato di fibrillazione.
E quello che tutti temevano accade puntualmente: il papà pachistano, arrivato fino alla fila numero 21 (quella di fronte alla mia!), constata che c’è solo un sedile vuoto e dopo una verifica più attenta ai suoi biglietti, che la sua famigliola dovrebbe sparpagliarsi su tutta la lunghezza dell’aereo, dalla fila 21 giù giù fino alla 67…!
Un breve briefing con la moglie che tiene in braccio il più piccolo dei bimbi, e la decisione è presa: bisogna riunire la famiglia, costi quel che costi, e questo ha da farsi tra la fila 21 e la fila 22. Senza più esitare, comincia a domandare allo sfigato della 21H se può gentilmente lasciare il suo posto per un sedile alla 49A, e a quello della 21F se può traslocare alla 55C. 21F , per sfortuna sua, ha la moglie alla 21G, e ovviamente alla 55C c’è solo un posto vuoto, dunque gli occorrerà, auguri di cuore!, chiedere al 55B di sloggiare da qualche altra parte.
Il tutto, tenete presente, con l’aereo pieno all’inverosimile e senza più nessuna possibilità di ritagliare uno seppur minimo spazio nei bagagliai sopra le nostre teste!
Io osservo neutrale il teatrino e, lo ammetto, provo pietà sia per i malcapitati che debbono traslocare, sia per quel poveretto di pachistano sudato come un mulo che fatica a tenere a bada i bambini già stanchi e annoiati, che non sa più dove mettere i bagagli a mano e che, come musulmano dalla pelle olivastra, sicuramente avrà trovato molto lunga e dura la trafila dell’imbarco.
La mia neutralità comunque finisce nel momento in cui divengo il predestinato che deve lasciare il posto all’ultimo dei suoi bambini, e quel che è peggio per una dei posti più infami: penultima fila, sedile di mezzo! È il posto dove il mangiare arriva per ultimo, e quello dove se vuoi andare a pisciare alle 3 di mattina devi svegliare e far alzare le due persone alla tua destra o le due alla tua sinistra (a seconda di chi ti sta più antipatico), beccandoti insulti e grugniti appena pronunciati sia quando esci sia quando ritorni!!!
Mio malgrado, visto che tutti i miei predecessori hanno avuto un cuore grande così, lascio anche io a malincuore il mio bel sedile già scaldato e migro verso il fondo dell’aereo, portando con me giusto il minimo indispensabile (un libro, una bottiglietta d’acqua e la copertina per le gambe) per far passare il più in fretta possibile le 9 ore che mi separano da Washington.
La mia nuova vicina di volo è una simpatica vecchietta di 79 anni che non ha mai preso l’aereo in vita sua, e questo lo scopro quando la vedo trafficare per 5 minuti buoni con la sua cintura di sicurezza: alla fine, presa dallo sconforto, mi si rivolge in perfetto inglese chiedendo se posso insegnarle come diavolo si allaccia, e purtroppo l’episodio diventa lo spunto di discussione per raccontarmi nei minimi dettagli tutta la sua lunghissima vita! Apprendo così che è tedesca e che il suo inglese oxfordiano l’ha imparato lavorando in una base militare americana in Germania, e che ha deciso di partire per gli Stati Uniti per ritrovare una sua sorella emigrata a Chicago ben 45 anni prima. Che suo marito faceva questo, che suo fratello quest’altro, che conosce quel Paese, che ha vissuto quell’evento, insomma, dopo una buona ora, quando oramai siamo alti sul cielo di Londra e io la conosco meglio di quanto la conosca sua sorella a Chicago, chiudo gli occhi e mi lascio cullare dalla sua voce, che si confonde e si perde così nel rumore di fondo dei reattori, sperando che al risveglio abbia esaurito le batterie e sia anche lei nel mondo dei sogni…
Sono adesso circa le 7 di mattina, le hostess hanno acceso le luci nell’aereo e preparano i carrelli per la prima colazione, e visi sconvolti si guardano attorno, si stiracchiano, sbadigliano e qualcuno comincia a riempire i famosi formulari da consegnare alla frontiera.
Ecco le prime avvisaglie della Costa americana, posso solo immaginarle dalla mia posizione al centro dell’aereo, la mia vicina è caduta in un letargo profondo chissà da quanto tempo, e aspettando che le gentili signorine arrivino fino alla penultima fila con il caffè caldo e i croissant, comincio a rispondere alle domande del questionario: “Hai intenzione di entrare sul suolo americano per compiere attentati?”. No. “Hai intenzione di attentare alla vita del Presidente degli Stati Uniti?”. No. “Stai portando con te veleni, prodotti chimici, bombe o altro materiale esplosivo?”. No. “Se hai risposto “Si” a una o più domande, dovrai seguire una procedura particolare all’arrivo negli Stati Uniti e il visto d’ingresso potrà esserti rifiutato”. Be’ grazie, lo immaginavo…!
Ed eccoci finalmente a Washington. Ovviamente, anche per coloro che hanno una coincidenza su un altro volo, le valigie devono essere riprese da ciascuno dei passeggeri per un ulteriore controllo, come se quelli a cui sono state sottoposte a Francoforte non fossero stati abbastanza! Mi ritrovo così con le mie tre valigie (di cui due vuote che serviranno a Zumrud per svuotare in parte la sua camera) e due zaini a mano in mezzo a una folla vociante che aspetta per i controlli dei passaporti. Nessuno è gentile: ne’ i controllori, ne’ le persone in fila provenienti da chissà quale Paese e molto stanche del volo.
Ritogli le scarpe, riapri tutti i bagagli, rispondi alle loro domande sempre più brusche, sgomita per non perdere il posto nella fila, rifai il checkin, ed infine mi ritrovo sull’aereo per New Orleans.
Il peggio è dunque passato. Non mi resta che chiudere di nuovo gli occhi arrossati e proiettarmi nelle dolci avenue alberate di questa immensa città che mi aspetta, pregustarmi i musicisti lungo il Mississippi che si lasciano trasportare dalle note dei loro sax, immaginarmi i bar la sera a Bourbon Street o le immense paludi del delta ricche di splendidi uccelli e feroci alligatori. Sento già il rumore dei temporali pomeridiani, il profumo degli scampi proveniente dalle cucine dei ristoranti, la voce e l’accento dei neri del profondo Sud, così burberi nell’apparenza ma così gentili e garbati nei modi, e mentre tutte queste immagini si sovrappongono nella mia mente, il pilota ci annuncia che stiamo per atterrare: ci siamo, sono adesso nell’aeroporto che poteva portare un solo nome: Luis Armstrong. Fa caldo, c’è tantissima umidità. Sono al Sud, nel profondo Sud. Qui il tempo sembra scorrere più lentamente, lo stress scomparire, e la vita seguire un corso più calmo e sereno.
Il viaggio è finito, non mi resta che scoprire con Zumrud quel che di bello New Orleans e la Lousiana possono offrire.